Prova a salvare un uomo dalla morte ispirandosi ad un gioco sugli zombie

MediaHandlerI videogiochi che simulano la realtà, di solito, vengono considerati inadatti ai bambini, ma anche agli adulti, e addirittura secondo gli esperti possono portare anche malattie gravi. Quello che stiamo per raccontare oggi invece è un episodio esattamente opposto a ciò che normalmente viene raccontato dai giornali.

“Ho provato a salvare la vita di un uomo imparando da un gioco di zombie”. Queste sono le parole di una protagonista che ha cercato di salvare un uomo. L’esperienza la racconta in prima persona Lucy Prebble, che proprio quel giorno aveva appena finito di giocare a The Walking Dead, e iniziato The Last of Us, altro gioco in cui l’obbiettivo è quello di sopravvivere.

Stavo camminavo per la strada e sentii una donna urlare. Era al cellulare e mi dava le spalle. Trattandosi del mondo reale, pensai che avesse ricevuto una buona notizia […] magari la gravidanza di una parente. Ma le sue urla proseguirono oltre il socialmente accettabile. Così rallentai. La donna continuava a strillare.

 

Una serie d’informazioni mi galleggiavano intorno. Suo marito. La porta. I vicini scesi in strada. […] Alla fine fu chiaro che il marito era in casa, malato di qualcosa.  […] Andai alla porta. Non era chiusa a chiave. C’era un uomo che la teneva chiusa. ‘Quelli del pronto soccorso mi chiedono di entrare, io non ci vado’, mi dice una donna col telefono in mano. ‘Lo farò io’, dico. ‘Vuoi portare con te il cellulare?’. Presi il cellulare. C’era un infermiere dell’ambulanza, dall’altro capo del telefono. Mi disse di andare alla porta. La spinsi. Si fermò urtando qualcosa. Un corpo. Poi lo vidi.

 

C’era sangue ovunque. C’era sangue per terra. C’era sangue sulle pareti. C’era sangue sul volto e sulla gola e sul corpo dell’uomo. […] Aveva provato ad uscire. Sangue. Ovunque. Tutto ciò che c’era intorno a me sembrava uscito da uno dei miei giochi. Non potevo entrare nella stanza. ‘Devi entrare nella stanza’ disse l’uomo al telefono. E io mi dico: se fosse un gioco, entreresti nella stanza. […] Per cui, scusatemi ma è vero, immaginando di essere in un gioco, entrai nella stanza.

 

Vedo l’uomo, l’infermiere al telefono mi chiede di comprimere il petto. Metto giù il telefono e seguo le istruzioni. Subito dopo arrivano i soccorsi.

L’uomo, purtroppo, era già morto di tubercolosi.

Per settimane ho continuato a rigirarmi il ricordo in testa. E nel frattempo giocavo. Ogni singolo zombie […] mi sembrava una persona, con un passato, un’individualità e un trauma. Ogni ferita più profonda. Ogni dettaglio vivido d’adrenalina. Questo evento nella mia vita aveva reso l’esperienza di gioco più realistica ed emozionante, così come i giochi avevano reso la mia vera esperienza più falsa e gestibile”.

 

 


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